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I fari nell'arte e nella letteratura

La metafora che non si consuma

Il faro è una delle metafore più sfruttate — e più resistenti — della cultura occidentale moderna. Guida nell'oscurità, vigile nell'isolamento, immobile nel movimento del mare: queste qualità lo rendono disponibile a chi vuole parlare di speranza, di solitudine, di orientamento spirituale o intellettuale. Eppure, nonostante la frequenza con cui viene invocato, il faro non è diventato un cliché logorato. Questo perché i migliori autori e artisti lo hanno sempre usato in modo specifico, concreto, ancorato a una struttura fisica precisa, non come generico simbolo astratto.

Il faro più celebre della letteratura del Novecento è probabilmente quello di "To the Lighthouse" di Virginia Woolf, pubblicato nel 1927. Il romanzo è ambientato nelle Ebridi scozzesi — l'isola di Skye, anche se Woolf si ispirò in parte alla costa di St Ives in Cornovaglia dove trascorse l'infanzia — e il faro è l'oggetto di un viaggio ripetutamente rimandato che struttura l'intera architettura narrativa. Woolf non descrive in dettaglio il faro: non ne specifica il carattere luminoso, l'altezza, il materiale. È deliberatamente indistinto. Ma l'effetto emotivo è reale proprio perché il lettore proietta su quella forma verticale in lontananza tutta la tensione tra il desiderio e il differimento, tra il significato promesso e quello irraggiungibile.

Hopper e la luce americana

In pittura, il nome che domina la storia dei fari è quello di Edward Hopper. Il pittore americano, nato nel 1882 a Nyack nello stato di New York, tornò ripetutamente sui fari della costa del New England durante gli anni Venti e Trenta. "The Lighthouse at Two Lights" del 1929 — ispirato al Cape Elizabeth Lighthouse nel Maine, costruito nel 1828 e riedificato nel 1874 con due torri distanziate di 300 metri — è uno dei dipinti più riprodotti della sua carriera. La composizione mostra la torre bianca su un cielo limpido con poche nuvole; la luce è quella piatta e nitida del mezzogiorno estivo del Maine; l'edificio della casa del guardiano è appena visibile sul bordo destro.

Hopper tornò a Cape Elizabeth anche nel quadro "Captain Upton's House" del 1927. La sua fascinazione per i fari del Maine era parte di una sensibilità più ampia verso le architetture isolate nel paesaggio americano — stazioni di servizio abbandonate, sale da pranzo vuote, case di campagna — dove la solitudine non era tristezza ma condizione esistenziale. I fari erano, per Hopper, l'equivalente architettonico di quel tipo di solitudine: presenti, funzionali, essenziali, ma fondamentalmente soli.

Winslow Homer e la tempesta

Prima di Hopper, un altro pittore americano aveva trovato nel mare e nei fari del Maine il suo soggetto definitivo. Winslow Homer si stabilì a Prouts Neck nel 1883 e da lì dipinse per oltre vent'anni le acque dell'Atlantico settentrionale. I suoi quadri non mostrano quasi mai fari in primo piano — sono più interessato ai naufraghi, ai pescatori, alle onde — ma le strutture appaiono spesso come punti di riferimento visivo sullo sfondo di composizioni dove l'acqua è protagonista.

"The Blue Boat" del 1892 e "Sloop, Nassau" del 1899 non sono quadri di fari, ma l'intera produzione hopperiana è incomprensibile senza il contesto del mare del Maine che Homer contribuì a definire nell'immaginario pittorico americano. Il faro in Homer è sempre sullo sfondo, come nella vita reale dei pescatori: presente, rassicurante, mai centrale.

La tradizione visiva europea

In Europa, la tradizione pittorica dei fari è più antica e si intreccia con il romanticismo. J.M.W. Turner dipinse il Phare d'Eddystone in diverse versioni, usando la luce riflessa sull'acqua per creare composizioni dove il confine tra cielo e mare si dissolve. Caspar David Friedrich inserì fari e fanaletti nei paesaggi della costa pomerana con quella capacità di trasformare gli elementi architettonici in figure quasi umane che caratterizza tutto il suo lavoro.

In Francia, Eugène Boudin — maestro di Monet, pittore della costa normanna — dipinse numerosi fari della Manica in composizioni dove i fari sono sempre in relazione con i moli, le barche e le figure umane che li circondano. Il suo approccio è documentaristico prima che simbolico: i fari di Boudin sono luoghi frequentati, non metafore solitarie.

Poesia e narrazione: da Stevenson a Woolf

Robert Louis Stevenson — nipote dell'ingegnere Thomas Stevenson, figlio di David Stevenson, entrambi costruttori di fari per i Northern Lighthouse Commissioners — scrisse della costa scozzese e dei fari con una familiarità acquisita in prima persona durante i sopralluoghi che accompagnava fare al padre. Il suo saggio "Records of a Family of Engineers", rimasto incompleto alla sua morte nel 1894, avrebbe voluto essere la storia della famiglia Stevenson come costruttori di fari: la torre su uno scoglio come metafora del tentativo umano di imporsi alla natura.

Nella poesia, il faro si presta a interpretazioni molto diverse. Il "Sea Fever" di John Masefield — "I must go down to the seas again, to the lonely sea and the sky" — evoca il richiamo del mare senza nominare esplicitamente un faro, ma la struttura emotiva del poema è quella del marinaio che naviga attraverso le luci. Sylvia Plath, nella sua poesia del 1960 "The Bull of Bendylaw", usa la luce del faro come metafora della mente che illumina a intermittenza, incapace di una visione continua.

Film e musica

Il cinema ha usato i fari prevalentemente come location drammatica piuttosto che come simbolo elaborato. Il film danese-islandese "Smilla's Sense of Snow" del 1997, "The Lighthouse" di Robert Eggers del 2019 — girato in bianco e nero con rapporto d'aspetto quasi quadrato, ambientato in un faro immaginario del New England — sono esempi recenti di uso cinematografico dei fari non come scenografia ma come spazio dove la psicologia dei personaggi si deteriora in modo specifico: la claustrofobia, il rumore incessante, la luce che non si ferma mai.

In musica, i fari appaiono nei brani del gruppo folk inglese Steeleye Span, nella tradizione ballad-making scozzese e gaelica, e in qualche brano della tradizione celtica irlandese. La chanson francese ha nella tradizione bretone una ricca presenza di fari e di vita marittima.

Perché il simbolo funziona ancora

La persistenza del faro come simbolo culturale nel ventunesimo secolo — quando la sua funzione navigazionale è stata in gran parte sostituita dalla tecnologia satellitare — è un fenomeno interessante. La risposta è probabilmente che il faro simboleggia qualcosa di più profondo della semplice navigazione: rappresenta la presenza di chi veglia nell'oscurità per gli altri, il costo della solitudine al servizio della comunità, la tensione tra il desiderio di movimento e la necessità di un punto fermo.

In un'epoca di iperconnessione e movimento continuo, la figura di un guardiano solitario che mantiene accesa una luce per chi viaggia di notte ha acquistato se possibile ancora più potere emotivo. Non è nostalgia: è il riconoscimento di un tipo di cura che la tecnologia può simulare ma non incarnare.

Potete esplorare i fari che hanno ispirato pittori, scrittori e compositori sulla mappa: molte torri portano con sé una storia culturale oltre che tecnica, e conoscerla arricchisce l'esperienza della visita.