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Le navi faro: storia e declino dei fari galleggianti

Una soluzione di necessità

C'è un limite fisico alla costruzione di torri faro: non si può edificare su acqua profonda, su bassi fondali sabbiosi che non offrono una base stabile, su banchi di sabbia mobili che si spostano con le correnti. Eppure proprio queste sono spesso le posizioni più pericolose per la navigazione — imboccature di estuari, banchi offshore, secche distanti dalla costa. La soluzione, elaborata a partire dal Settecento, fu radicale: invece di costruire una torre, ancorare una nave equipaggiata con un fanale sulla cima dell'albero.

La prima nave faro documentata fu posizionata nel 1732 nel Nore, il banco di sabbia all'imbocco del Tamigi dove il fiume incontra l'estuario — una delle posizioni navigazionalmente più critiche della costa inglese. La nave era semplicemente una carcassa di legno con una lanterna appesa all'albero maestro, sorvegliata da un equipaggio permanente. Il principio fu così efficace che nel giro di pochi decenni le navi faro si moltiplicarono lungo le coste britanniche, americane e nord-europee.

Tecnica e design delle lightships

Una nave faro matura, come quelle costruite a partire dalla seconda metà dell'Ottocento, era un oggetto tecnico specifico e sofisticato, molto diverso da un'imbarcazione ordinaria. Lo scafo era progettato per rimanere ancorato in posizione fissa con il minimo movimento possibile — le forme della carena privilegiavano la stabilità rispetto alla manovrabilità. Il fondo era molto piatto, i fianchi ampi, la chiglia pesante per mantenere il rollio entro limiti accettabili per l'equipaggio e per la lanterna.

La lanterna stessa era portata su un albero di sostegno piuttosto che su un albero velico, e le dimensioni del fanale erano limitate rispetto a quelle di un faro terrestre dalla necessità di contenere il peso in alto. Le prime lanterne usavano olio di balena o olio vegetale; dal secondo Ottocento furono sostituite da illuminazione a gas e poi elettrica. Le lenti di Fresnel montate sulle lightships erano in genere di terzo o quarto ordine — più piccole di quelle montate sui grandi fari offshore, ma comunque visibili a 10-15 miglia nautiche in condizioni normali.

L'identificazione della nave in posizione era affidata non solo alla luce ma anche ai segnali acustici — campane, sirene, corna da nebbia — e, dal Novecento, a radiofari. Il nome della stazione era solitamente dipinto a grandi lettere rosse sul fianco dello scafo bianco o rosso, visibile di giorno da diversi chilometri.

Le stazioni più importanti

Nel sistema britannico, gestito da Trinity House, alcune stazioni di nave faro erano particolarmente critiche. Il Varne, ancorato nel Canale della Manica a metà strada tra Dover e Calais, segnalava uno dei fondali più trafficati al mondo. Il Lightvessel LV90 Shambles, al largo di Portland Bill nel Dorset, proteggeva i naviganti dalla secca omonima che aveva causato centinaia di naufragi nei secoli precedenti. Il Nantucket Shoals Lightship, nella versione americana, era la prima terra avvistata dai transatlantici in arrivo dall'Europa — la sua posizione a 150 miglia a est di New York la rendeva un punto di riferimento per tutti i navigatori atlantici.

Negli Stati Uniti, il sistema delle lightships era gestito dallo United States Lighthouse Service, istituito nel 1820 e incorporato nella United States Coast Guard nel 1939. Al suo apice, il sistema comprendeva oltre 50 stazioni attive sulle coste atlantica, pacifica e del Golfo del Messico, oltre ai Grandi Laghi.

La vita a bordo

L'equipaggio di una nave faro viveva in condizioni di isolamento estremo e di disagio fisico continuo. A differenza dei guardiani di un faro terrestre, che almeno godevano di terra ferma sotto i piedi, i marinai di una lightship trascorrevano settimane ancorate in posizione, esposte al rollio incessante anche nelle giornate di buon tempo. Le cucine erano progettate per funzionare su piani inclinati; le cuccette avevano sponde alte per impedire ai marinai di cadere; la camminata sul ponte era sempre con presa su corde o corrimano.

Il rischio principale non era il maltempo — le navi erano costruite per resistere e l'equipaggio era addestrato — ma le collisioni. Una nave faro è per definizione immobile in un punto dove le altre navi passano. Le collisioni accidentali, specialmente in condizioni di nebbia, hanno affondato o gravemente danneggiato numerose lightships nel corso della loro storia. La Nantucket Lightship fu speronata e affondata dal liner White Star Olympic nel 1934; la Light Vessel No. 80 al Goodwin Sands nel Canale della Manica fu speronata e affondata nel 1950.

Il declino e la sostituzione

Le navi faro cominciarono ad essere sostituite sistematicamente a partire dagli anni Cinquanta. La ragione principale era economica: mantenere un equipaggio permanente su una nave ancorata era enormemente più costoso che mantenere una boa luminosa automatizzata, la cui tecnologia di batterie, pannelli solari e lampadine a LED era diventata sufficientemente affidabile da giustificare la sostituzione.

In Gran Bretagna, Trinity House procedette alla sostituzione stazione per stazione nel corso degli anni Sessanta, Settanta e Ottanta. L'ultima lightship britannica in servizio attivo, la Planet, terminò il suo lavoro nel 1988, sostituita da una Lanby (Large Automatic Navigational Buoy). Negli Stati Uniti il processo fu simile: l'ultima lightship americana in servizio attivo, la Nantucket, fu ritirata nel 1983.

Le navi faro come patrimonio

Molte delle lightships sopravvissute — alcune delle quali avevano servito per cinquanta o sessant'anni in posizione — sono state preservate come navi museo. Il Lightvessel LV 93, costruito nel 1903 e in servizio fino al 1982 in diverse stazioni britanniche, è oggi ormeggiato a Harwich come museo della Trinity House Lighthouse Service. Il South Street Seaport Museum a New York ospita il Lightship Ambrose, che dal 1908 al 1963 aveva segnalato l'imboccatura del porto di New York.

In Olanda, diverse lightships sono conservate nei porti di Rotterdam e Amsterdam. In Svezia, il museo marittimo di Gothenburg ospita il Finngrundet, una nave faro svedese del 1903 che ha operato nel Golfo di Botnia.

Queste navi conservano qualcosa che le boe sostitutive non possono trasmettere: la scala umana, la presenza fisica di spazi vissuti, gli strumenti di bordo, i libri di turno con le annotazioni degli equipaggi. Sono archivi galleggianti di una forma di vita marittima che non esiste più.

Potete trovare sulla nostra mappa interattiva la posizione di alcune delle storiche stazioni di nave faro, nonché dei fari terrestri che segnalano gli stessi pericoli che un tempo erano sorvegliati da questi equipaggi.