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Costruire un faro in mare aperto

Il problema fondamentale

Costruire un faro su una scogliera rocciosa a largo della costa è forse la più difficile delle imprese edilizie che l'umanità abbia mai affrontato sistematicamente. Non si tratta soltanto di posare pietre su un fondale instabile: si tratta di fare tutto questo in un ambiente che ogni giorno cerca di distruggere ciò che hai realizzato. Il mare non concede tregue, le maree scandiscono le ore lavorative, e una tempesta improvvisa può vanificare settimane di lavoro in poche ore. Eppure, dalla metà del Settecento in avanti, ingegneri di straordinaria tenacia hanno portato a termine costruzioni che ancora oggi resistono alle onde.

I fari offshore più impegnativi si dividono in due grandi categorie: quelli eretti su scogli esposti che emergono almeno parzialmente dall'acqua durante la bassa marea, e quelli costruiti su bassifondi o banchi di sabbia dove non c'è nessun appoggio solido. Entrambe le tipologie richiedono approcci radicalmente diversi, ma condividono la stessa logica di base: portare materiali, manodopera e macchine in un posto dove la natura farebbe di tutto per impedirlo.

Scogli e reef: la costruzione a gradini

Il metodo classico per costruire su uno scoglio emergente fu perfezionato da John Smeaton nell'Eddystone nel 1759 e poi portato all'eccellenza da Robert Stevenson nel Bell Rock nel 1811. Il principio è semplice nella teoria e brutalmente difficile nella pratica: si tagliano i corsi di granito in modo che ogni blocco si intersechi con quelli adiacenti attraverso incastri a coda di rondine, rendendo la torre monolitica. Ogni blocco è fissato a quello sottostante con grappe di ferro e mastice marino.

Prima ancora di posare la prima pietra, però, gli ingegneri dovevano preparare la piattaforma. Al Bell Rock, i tagliapietre scozzesi avevano appena tre o quattro ore di bassa marea per lavorare prima che l'acqua tornasse a sommergere lo scoglio. Nei primi mesi, il lavoro consisteva quasi interamente nello spianare la superficie della roccia, creando una base perfettamente livellata. Stevenson organizzò squadre che si alternavano sulle barche ancorate nelle vicinanze, pronte a ritirare gli operai al minimo segno di cambiamento del tempo.

La vera costruzione cominciò nella seconda stagione. Ogni blocco di granito veniva prima lavorato a terra nella vicina Arbroath, numerato, e poi trasportato con le chiatte fino allo scoglio. Sul posto, una gru a cavalletto ancorata ai lati della torre permetteva di sollevare i blocchi con precisione. Il tutto era coordinato da segnali con bandiere e campane, perché il rumore del mare rendeva la comunicazione verbale quasi impossibile.

Fondali molli: cassoni e viti

Su fondali sabbiosi o fangosi dove non c'è roccia su cui poggiare, la tecnica della torre solida semplicemente non funziona. Per questi ambienti, gli ingegneri americani dell'Ottocento svilupparono due soluzioni ingegnose: il lighthouse su viti di fondazione (screwpile) e il faro su cassone (caisson).

Le fondazioni a vite furono inventate dall'ingegnere irlandese Alexander Mitchell intorno al 1830. Consistono in pali metallici la cui estremità inferiore è conformata come una grande vite, che viene letteralmente avvitata nel fondo morbido fino a raggiungere uno strato più compatto. I pali, disposti a raggiera intorno al centrale, reggono una piattaforma sopraelevata sulla quale è costruita la struttura del faro. Questa soluzione era ideale nelle acque poco profonde dei Chesapeake e delle Florida Keys, dove il fondo era troppo morbido per qualsiasi altra fondazione. Minimo Lighthouse, nel Maryland, costruito nel 1855, è uno degli esempi meglio conservati.

Il cassone è invece una grande struttura cilindrica di ghisa o acciaio, vuota internamente, che viene affossata nel fondale e poi riempita di calcestruzzo o pietrame. Nella versione più sofisticata, il cassone veniva costruito a terra, trascinato in posizione, e poi affossato per mezzo del proprio peso, aiutato da operai che lavoravano in pressione d'aria compressa all'interno (la stessa tecnica delle fondazioni dei ponti). Il faro di Stannard Rock, nel Lago Superiore, completato nel 1883, si regge su un cassone di questo tipo posato su un bassorilievo sommerso a quasi 50 chilometri dalla riva.

Logistica e approvvigionamento

Uno degli aspetti meno celebrati ma più critici della costruzione di un faro offshore è la logistica. Ogni giorno di lavoro richiede la coordinazione di barche per il trasporto del personale, chiatte per i materiali, gru galleggianti, e spesso un vascello abitativo dove gli operai possono riposare tra un turno e l'altro. Per il Bishop Rock, alle Isole Sorlinghe — il cui primo tentativo di costruzione fu distrutto da una tempesta nel 1850 prima ancora che la torre fosse completata — la distanza dalla terraferma imponeva rifornimenti settimanali con qualsiasi tempo fosse navigabile.

Il cemento idraulico fu un elemento chiave in queste costruzioni. Dalla metà dell'Ottocento, il cemento Portland, inventato da Joseph Aspdin nel 1824, permetteva di realizzare giunture che si indurivano anche in presenza d'acqua, una proprietà essenziale quando le maree coprivano regolarmente il cantiere. Negli anni Settanta dell'Ottocento, per il faro di Dubh Artach al largo della Scozia, l'ingegnere Thomas Stevenson (padre di Robert Louis) utilizzò blocchi di granito del peso di oltre due tonnellate ciascuno, cementati insieme con una miscela rafforzata da scaglie di granito.

Condizioni di lavoro e rischi

Gli operai che costruivano questi fari lavoravano in condizioni che oggi sarebbero inimmaginabili. Al Bell Rock, quando il tempo peggiorava improvvisamente durante la bassa marea, gli uomini a volte non riuscivano a raggiungere le barche in tempo e dovevano aspettare aggrappati a cornici e protuberanze della roccia che l'acqua si ritirasse di nuovo. Stevenson tenne un diario scrupoloso di questi episodi, e il tono di questi resoconti è sorprendentemente sobrio, come se tale rischio fosse semplicemente parte ordinaria del mestiere.

Le cadute erano frequenti, così come i tagli da schegge di pietra. La pressione d'aria compressa utilizzata per i cassoni causava la cosiddetta malattia dei cassoni (embolia gassosa), che colpiva gli operai che risalivano troppo rapidamente dopo aver lavorato in profondità. Molti di questi rischi non erano compresi nella loro natura medica all'epoca: si sapeva che certi uomini si ammalavano dopo il lavoro nei cassoni, ma le cause fisiologiche rimasero oscure fino alla fine dell'Ottocento.

Dalla ghisa al calcestruzzo armato

La seconda metà dell'Ottocento vide l'introduzione della ghisa come materiale strutturale per i fari offshore. La ghisa permetteva di fabbricare sezioni a terra, trasportarle in cantiere e assemblarle con bulloni, riducendo notevolmente i tempi di lavoro sul posto. Il Minot's Ledge Lighthouse, al largo di Cohasset nel Massachusetts, fu costruito in ghisa nel 1860 dopo che il suo predecessore in legno era crollato durante una tempesta nel 1851, uccidendo i due assistenti custodi.

Il Novecento portò il calcestruzzo armato, che rivoluzionò ulteriormente le possibilità costruttive. Le strutture potevano ora essere gettate in forme, permettendo profili idrosaerodinamici più efficienti che deviavano le onde invece di assorbirle frontalmente. Molti fari moderni su strutture offshore utilizzano basi in calcestruzzo precompresso, assemblate in bacini di carenaggio, trasportate in posizione da pontoni, e poi ancorate al fondale con pali trivellati.

Il cantiere nell'era moderna

Anche con le tecnologie odierne — elicotteri, pontoni dotati di gru di grande potenza, materiali compositi — costruire un faro in mare aperto rimane un'impresa complessa. L'accesso dipende sempre dalle condizioni meteo. I materiali devono resistere a un'esposizione salina che corrode il metallo e degrada il calcestruzzo. Le fondazioni devono sopportare forze d'impatto delle onde che possono raggiungere decine di tonnellate per metro quadrato.

Ma la sfida più grande rimane quella che era già nel Settecento: concentrare in un posto remoto e ostile la precisione del lavoro artigianale con la robustezza dell'ingegneria strutturale. I fari offshore sopravvissuti nei secoli — Eddystone, Bell Rock, Bishop Rock, Skerryvore — sono una testimonianza non solo dell'abilità tecnica di chi li ha costruiti, ma anche di una determinazione che andava ben oltre i semplici calcoli economici. Si costruiva per salvare vite, e quella motivazione dava all'impresa una dignità che ancora oggi è percepibile.

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