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Il Faro di Alessandria

La città e il suo porto

Quando Alessandro Magno fondò Alessandria nel 331 a.C. sulla striscia di terraferma tra il Lago Mareotide e il Mediterraneo, scelse il sito con l'occhio di un generale che capiva la logistica: una doppia rada naturale, protetta dall'isola di Pharos a nord, con accesso sia al mare aperto che all'interno attraverso i canali del Nilo. La città che ne risultò divenne in meno di un secolo la più grande del mondo ellenistico, e il suo porto il più trafficato del Mediterraneo orientale.

Il problema era che l'accesso al porto era tecnicamente difficile. L'isola di Pharos creava due canali navigabili separati; i fondali erano irregolari; la costa bassa e piatta dell'Egitto offriva pochissimi punti di riferimento visivi per le navi in avvicinamento dal mare aperto. Di notte o con visibilità ridotta, entrare nel porto di Alessandria era pericoloso.

La costruzione del Faro

Tolomeo I Soter, il primo dei faraoni macedoni d'Egitto, avviò il progetto; suo figlio Tolomeo II Filadelfo lo completò intorno al 280 a.C. L'architetto era Sostrato di Cnido, che secondo la tradizione incise il proprio nome sulla base della torre in modo che sopravvivesse dopo che l'intonaco con il nome del faraone si fosse corroso — un atto di vanità professionale tramandato da Luciano di Samosata.

Le fonti antiche concordano su alcuni elementi fondamentali: la torre era tripartita. La sezione inferiore era rettangolare o quadrata, con lato di circa 30 metri; la sezione intermedia era ottagonale; la sezione superiore cilindrica, con la lanterna sommitale. Sulla cima, una statua — forse di Zeus Salvatore o di Poseidone — completava la struttura. Le stime dell'altezza complessiva variano nelle fonti tra 100 e 140 metri; la maggior parte degli studiosi moderni propende per circa 120 metri, il che avrebbe reso il Faro la struttura artificiale più alta del mondo antico dopo le piramidi di Giza.

Il meccanismo della luce

Come produceva la sua luce? Le fonti sono meno precise su questo punto. Il fuoco — alimentato con legno secco, poi forse con petrolio greggio di cui l'Egitto aveva fonti nel deserto orientale — era certamente il mezzo. Uno specchio di bronzo o di pietra levigata era montato per riflettere e concentrare il fascio verso il mare. La scienza dei riflettori parabolici era conosciuta nella matematica greca — Euclide aveva trattato l'ottica dei riflessi — ma non è chiaro con quanta precisione i costruttori applicassero principi teorici.

La portata stimata è di 25-50 chilometri in condizioni ottimali: plausibile per un fuoco di considerevoli dimensioni collocato a 120 metri sopra il livello del mare, in una regione dove l'aria del Mediterraneo orientale è spesso eccezionalmente limpida. Alcune fonti arabe medievali attribuiscono al Faro la capacità di abbagliare le navi nemiche con raggi solari concentrati — una leggenda probabilmente ispirata dalla reale presenza di specchi riflettori, amplificata dalla distanza temporale.

Il Faro come simbolo civile

Il Faro di Alessandria non era soltanto uno strumento di navigazione: era la carta da visita della città più cosmopolita del Mediterraneo. La sua immagine appariva sulle monete alessandrine; i viaggiatori che lo descrivevano lo facevano con lo stupore riservato alle cose che ridefiniscono i parametri dell'immaginazione. Strabone, che visitò Alessandria intorno al 25 a.C., ne descrive la posizione e l'aspetto con un'accuratezza geografica che ha permesso agli archeologi moderni di circoscrivere la sua ubicazione.

L'ufficio dei doganieri del porto di Alessandria era situato nella base della torre; i commercianti che arrivavano via mare vedevano il Faro per ore prima di arrivare a destinazione, e la sua sagoma era la prima immagine di Alessandria che registravano. La parola 'faro' in italiano — e in francese, spagnolo, portoghese, rumeno e nelle lingue arabe — deriva direttamente dal nome dell'isola di Pharos su cui sorgeva: un'etimologia che è, di per sé, una misura della sua importanza storica.

La graduale rovina

Il Faro sopravvisse per oltre mille anni alla caduta dell'Impero Romano d'Occidente. Le fonti arabe medievali — in particolare il geografo Ibn Giubayr nel 1183 e il viaggiatore Ibn Battuta nel 1326 — lo descrivono come ancora in piedi, benché in stato di degrado progressivo dopo i terremoti del 956 e del 1303.

Ibn Battuta, nel suo secondo viaggio nel 1349, trovò solo le macerie: il terremoto del 1326 aveva distrutto la sezione superiore. Le ultime tracce della struttura scomparvero quando il Sultano mamelucco Qa'it Bay costruì un forte sulla stessa isola di Pharos nel 1480, usando probabilmente le pietre del Faro come materiale da costruzione. Il Forte di Qa'it Bay esiste ancora oggi ed è visitabile ad Alessandria.

Le indagini sottomarine moderne

Nel 1994, l'archeologa subacquea Jean-Yves Empereur condusse ricerche al largo dell'isola di Pharos e identificò sul fondo del porto alessandrino centinaia di blocchi di pietra di grandi dimensioni, molti con caratteristiche coerenti con la struttura del Faro. Le datazioni e le dimensioni dei blocchi suggeriscono che caduta in acqua durante i terremoti medievali. Una statua colossale di Iside e numerosi elementi architettonici confermano che quest'area era densamente edificata nell'antichità.

Nel 2015, i lavori per la costruzione di una nuova marina militare egiziana nell'area portuale hanno riportato altri elementi, tra cui fondamenta in situ che alcuni archeologi hanno associato alla base della torre. Le ricerche continuano, ma la pianificazione urbanistica del porto moderno limita l'accesso e le possibilità di scavo sistematico.

L'eredità concettuale

Il Faro di Alessandria ha trasmesso due eredità. La prima è linguistica: il suo nome è diventato la parola comune per 'faro' in molte lingue, come già detto. La seconda è concettuale: l'idea che una città possa costruire una struttura di utilità pratica della stessa qualità architettonica di un palazzo o di un tempio, che la funzione tecnica non escluda la bellezza, che un'opera pubblica possa essere al tempo stesso efficiente e sublime — questa idea ha avuto una storia lunga.

La trovate nei fari rinascimentali come il Cordouan, nei fari vittoriani come Skerryvore, nei fari del XX secolo dove gli ingegneri hanno scelto il granito rivestito invece del cemento nudo. Apri la mappa per esplorare i fari che oggi punteggiano le coste dove navigavano le navi che puntavano verso quella luce di tremila anni fa.